I mochi di Hanna

Berlino sembrava dormire, sotto quella soffice coltre di neve. Hanna aveva la sensazione che l’inverno durasse ormai da sempre, non ce la faceva più. Un tempo era la sua stagione preferita, ma poi le cose erano cambiate e adesso i fiocchi che cadevano le facevano solo tornare alla mente ricordi dolorosi. Aveva nostalgia del laboratorio di mochi, di tutte le pazzie che erano successe anni prima lì dentro, in quello che in realtà era molto più di uno spazio per produrre dolci secondo l’antica ricetta di famiglia: era un universo intero, un mondo meraviglioso a cui si poteva accedere solo conoscevo le parole magiche e una volta aperta quella porta, non si sapeva mai cosa potesse succedere o chi potesse esserci.

Era ora di lasciarsi il passato alle spalle, era trascorso molto tempo e Hanna non aveva neanche più idea di dove fossero gli altri, di cosa fosse stato delle loro vite e certamente non poteva mettersi in contatto con loro: era il regolamento, sapeva da sempre che se tutto fosse andato a rotoli, si sarebbero persi, doveva solo accettarlo.

Nonostante il freddo pungente decise di vestirsi e uscire, le mura di casa la stavano soffocando. Appena fuori si rese conto come Berlino fosse così perfettamente in linea con il suo stato d’animo: non c’era gioia, solo un parco vuoto e una vecchia poltrona abbandonata. Un uomo andava rovistando nei secchi della spazzatura e, rimasto a mani vuote, ripiegò su qualche bottiglia di birra lasciata lì da qualche anima buona. Dei bambini giocavano con la neve, ma in silenzio, come se il freddo avesse spento anche la loro allegria. Passò davanti a un piccolo alimentari cinese “perché non comprare dei mochi, in nome dei vecchi tempi?” pensò.

“Abita qui vicino?”

“Sì, mi sono trasferita da poco”

“Lo so, altrimenti l’avrei già vista, io conosco tutti quelli che abitano qui”

L’uomo dei mochi le sorrise, senza malizia, un sorriso amichevole, e prima di salutarla le regalò un biscotto della fortuna. Hanna rimase spiazzata e incapace di reagire. Sorrise e se ne andò, con un’espressione di disagio. Da quando il laboratorio di mochi non c’era più, aveva deciso di vivere nascosta, aveva tagliato i contatti con il mondo esterno e non ricordava più come si risponde a un sorriso. Faceva troppo freddo e decise ti terminare la sua breve passeggiata.

Rientrando, trovò un biglietto nella cassetta della posta, c’era scritto soltanto: Sonnenallee 142, domani. Non aveva bisogno di altro, avrebbe riconosciuto quella calligrafia anche a distanza di mille anni. Inoltre il biglietto, rettangolare, era stato decorato con dei motivi fatti a penna stilografica. Non aveva dubbi! Era come se improvvisamente il sangue le scorresse di nuovo nella vene, era agitata, accese la tv e si mise a mangiare avidamente i mochi appena comprati. Quella notte non chiuse occhio.

Finalmente era arrivato il momento: doccia, vestiti e via! Non conosceva la zona, ma non sembrava promettere niente di buono. Un cane abbandonato se ne stava in un angolo, con la zampa dolorante e lo sguardo affamato e un gruppo di ragazzi giocava a palla, senza curarsi di lei. Una volta davanti al portone pensò che tutto questo non avesse senso, era passato troppo tempo ed entrare sarebbe stato stupido, niente poteva ormai essere di nuovo come prima! Era sul punto di tornare indietro, quando sentì “è già arrivata?” Quella voce! Diede uno sguardo ai citofoni, non poteva sapere in anticipo quale avrebbe dovuto suonare, ma era certa che una volta lì non avrebbe avuto dubbi e così fu: 111110, doveva essere quello giusto!

E in un attimo la porta si aprì. 

continua…

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