Quella che compra sempre la carta igienica

Mentre scrivo, sono perseguitata dalla voce dell’istruttrice di yoga online, che, in tedesco e accompagnata da qualche strumento musicale che non saprei identificare, cerca di fare rilassare la gente alle 20.21 di un giorno di festa, a Berlino. Il volume è così alto, che anche se io detesto lo yoga e musichette annesse – soprattutto quando non sto neanche partecipando alla lezione – e anche se ho la porta chiusa, mi tocca sentire parola per parola. Ed ecco che apro un capitolo doloroso e scomodo: la condivisione di uno spazio abitativo, altrimenti detto la rottura di avere dei coinquilini. Forse c’è da fare una breve premessa, in modo che non pensiate subito che sono una specie di sociopatica – anche se è vero. Io adoro la solitudine, ma amo anche le persone: amo passare il tempo con gli amici, ma dopo un po’ devo ricaricare le batterie e per rigenerarmi ho bisogno di assoluta tranquillità, divento matta a sentire musica, suoni, gente che parla tutto il giorno. [Mentre lo dico penso un attimo rapidamente alle mie scelte di vita e nella mia mente appare un post-it immaginario con su scritto “ricordati di cambiare carriera”.]

Detto questo, è chiaro anche a me che la soluzione, se non a tutti i mali del mondo almeno ad alcuni, sarebbe andare a vivere da sola – non è che non c’abbia pensato – ma avete mai provato a cercare un appartamento a Berlino? Sapete che significa presentarsi in anticipo, con tutti i documenti in ordine in un fascicolo con tanto di copertina realizzata da voi in illustrator, e trovare già venti persone in attesa per lo stesso appartamento? Ecco, chiusa parentesi – magari ve ne parlerò in un post apposito, anche se un libro di 600 pagine sarebbe più adeguato.

Se io sono il tipo di persona che ama anche stare in silenzio ogni tanto – e no, non è da depressi, come mi sono sentita dire a volte, io sto proprio bene così – la persona che vive con me è l’esatto opposto: mentre faccio colazione, ecco che parte la prima di una lunga serie di chiamate in viva voce (a tutto volume), destinata a durare un paio d’ore. C’è anche da dire che la lingua locale non aiuta a rendere le cose più gradevoli, neanche un po’. Momenti di totale entusiasmo e comunicatività sono seguiti da ore passate a letto. Giornate di dieta idrica sono alternate ad altre riempite di schifezze e innaffiate da troppo alcol.

I coinquilini sono i compagni che non ci siamo scelti, non nel senso che ci si trasferisce a scatola chiusa, ma nel senso che quando disfai gli scatoloni inizi una nuova vita con qualcuno con cui spesso in comune hai poco, a parte la residenza. Il mio caso non fa eccezione. Ho osservato molte contraddizioni e non ho potuto fare a meno di chiedermi, varie volte, se il mio comportamento visto dall’esterno dia la stessa impressione. Per natura amo osservare le persone e il loro comportamento, ma la persona su cui ho capito più cose in assoluto in questi lunghi periodi di convivenza forzata, sono proprio io. Crescendo ci vengono attaccate un sacco di etichette, perché magari abbiamo delle attitudini e le persone, attraverso quelle, riescono a incasellarci e questo le rassicura. Io per anni mi sono ripetuta, come un mantra, che non sono una persona adattabile, che sono schizzinosa, abitudinaria…insomma un fossile. Non è vero. Mi sono adattata a un sacco di situazioni assurde, ho cambiato casa, città Paese, abitudini, ne ho sviluppate di nuove e in generale ho imparato ad essere un po’ meno dura con me stessa. Perché farò anche schifo sotto vari punti di vista, ma in fin dei conti, sono quella che compra sempre la carta igienica.

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