Come trascorrere un noioso weekend romantico

“La cosa migliore è che domattina, quando mi sveglio, ti scriva e poi con calma venga a prenderti. Insomma, lo faccio per te, non voglio darti un orario che poi non rispetterei”

“Ok”

Credo che neanche dormirò stanotte…io rispetterei qualsiasi orario, se dovessi venirti a prendere, ma va bene, stiamo partendo per un weekend, è già un miracolo. Voglio godermi il momento e basta. 

Che poi non mi godo mai niente con te, alla fine. È un po’ una specie di sabato del villaggio e poi il buio. Non si sa mai quando riapparirai e quando lo fai, ore e ore di preparativi, che tanto non saranno mai sufficienti, perché tu sei troppo bello, troppo consapevole di esserlo, troppo affascinante, troppo brillante. Troppo per me. Anni fa un’amica mi regalò il famoso saggio Donne che amano troppo. Pensai che raccontasse storie di pazze. Ora ho capito che io sono una di loro. Voglio fare del mio meglio, questa volta. Lo so che non servirà comunque, dopo quasi due anni ho capito che non c’è speranza, ma per una volta vorrei giocarmi l’occasione di essere almeno in piccola parte “giusta”. 

L’indomani io ero sveglia già all’alba, ma il telefono non suonò per ore. Mandai un messaggio. La risposta arrivò dopo un bel po’ “Ciao, do una mano a mia mamma con la macchina e arrivo…diciamo tra un’oretta”. Una donna sana di mente avrebbe risposto “Guarda, non disturbarti, buon weekend!”

E invece ho aspettato e infine siamo partiti. Avevo un rossetto rosso ciliegia e le farfalle nello stomaco. Sì, dopo due anni, ogni volta. Come si fa ad augurare buon weekend a uno che ti fa sentire le farfalle dopo due anni? Si capisce soltanto dopo che le farfalle non è lui a provocarle, ma è il nostro dannato attaccamento al dramma, quello che ha messo i primi virgulti con i classici Disney, ha attecchito definitivamente con i romanzi di Jane Austen e ha preso la residenza ufficiale in noi con Pretty Woman. Non c’è speranza.

“Stella, dove vai, non vieni in campagna con noi?”

“No, mamma, te l’ho detto che non ci sono.”

“E dove andresti, si può sapere? Passiamo sempre il Ferragosto in campagna!”

“Beh…”

“Ho capito. Fai come ti pare, ma ricordati, quello non c’entra niente con te, niente!”

“Grazie per avermelo ricordato, mamma”

“Ma insomma, vendi cara la pelle, Santo Dio! Ti ho fatto per qualcosa di meglio! Intanto potresti farti un bicchiere di vodka con me, almeno, visto che mi dai buca per Ferragosto”

“Ahahah! Mi piace, ci sto! Gian Giorgio non è male, è che tu non lo conosci”

“Non è un avvocato?”

“Sì, e allora?”

“Sa mentire per mestiere. Ti pare poco? Ma si sa, a te piacciono le cose belle…”

“Credo che valga per tutti”

“Sì sì, sta’ attenta però!”

“A cosa, che dovrebbe succedere?”

“Alla vodka, va giù che è una meraviglia.”

Di fatto, poi, quel weekend fu forse tra i primi cinque più noiosi della mia vita. Incredibile come accanto ad una persona troppo bella, troppo consapevole di esserlo, troppo affascinante, troppo brillante ci si possa annoiare. Eppure, così fu. Sicuramente non nasciamo tutti con l’occhio strizzato da madre natura, è inutile negarlo, l’aspetto conta e, in bene e in male, non ci si può fare niente. Ma è anche innegabile che essere brillanti solo nell’ambiente cui si appartiene non vale! Insomma, Gian Giorgio, trapiantato fuori dal suo habitat abituale, sembrava aver esaurito il suo fascino. Farfugliava cose banali e insulse e sembrava fuori posto. Mai nella vita avrei pensato che l’avrei visto fuori posto da qualche parte, io che accanto a lui mi ci sentivo sempre.

 

 

 

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