La città, terreno di disuguaglianze

Siamo abituati a pensare alla città come luogo dell’integrazione e dello scambio, l’entità dove le diverse culture si mescolano e le nuove generazioni si fondono. Sì, tutto molto bello, ma quello che viene evidenziato più raramente è che in realtà, la città, guardando anche l’altro rovescio della medaglia, è il luogo delle disparità e della segregazione per eccellenza. È qui che si può osservare il divario tra i vari gruppi sociali, il distacco sempre maggiore tra ricchi e poveri, e la segregazione di alcuni gruppi o minoranze da parte dei dominanti. Un’opera che senz’altro fornisce spunti interessanti e che ho letteralmente divorato è La città dei ricchi e la città dei poveri, di Bernardo Secchi, in cui i tratti di queste problematiche vengono analizzati molto scrupolosamente. Si tende generalmente ad attribuire la responsabilità di questi fenomeni alle scelte politiche ed economiche, ma non dimentichiamo che la progettazione urbana altro non è se non una forma di politica, un modo di trasformare idee in spazi. Non si può non concordare con Carl Schmitt – nonostante la ovvia diversità di vedute in generale, senza offesa eh, Carl! – quando dice “non esistono idee politiche senza uno spazio cui siano riferibili, né spazi o principi spaziali cui non corrispondano idee politiche”.

Berlino

Lo spazio urbano è a tutti gli effetti un prodotto sociale, politico ed economico, ma dal momento che è un elemento fortemente condizionante e non infinitamente malleabile, non possiamo negare che sia vero anche l’inverso! Se poi consideriamo che la ricchezza è identificata da molti pensatori in termini sociali – come, cioè, il possesso di ingenti capitali sociali, che permettono di avere tutte le comodità derivanti da contatti e cultura – e che il valore di un immobile aumenta con lo stesso criterio – un appartamento in pieno centro di Milano, sarà molto più caro di uno a Gessate, perché usufruisce delle comodità di stare al centro della comunità sociale – è evidente che lo spazio è ciò che plasma la società, con le inevitabili e intramontabili gerarchie – e viceversa. A queste considerazioni, si aggiunge una problematica più vasta e complessa: la presenza, all’interno di un gruppo sociale, dei poveri e degli stranieri. Non soltanto in tempi recenti, queste categorie sono state fonte di paura e diffidenza da parte del resto della società. Una figura che molti di noi avranno in mente è Meursault, protagonista de Lo straniero di Camus, un antieroe per eccellenza, un essere privo di sentimenti e di scrupoli, incapace di provare dolore o amore, di soffrire per la morte della madre, per il quale restare ad Algeri e vivere una vita routinaria o avere la possibilità di spostarsi a Parigi non fa alcuna differenza, come pure non la fa sposare o meno Marie, o, infine, vivere o morire. Camus ci regala, in modo decisamente crudo e senza fronzoli, come di conseguenza è lo stile del romanzo,  questa figura emblematica della distanza incolmabile tra l’uomo e il mondo (o la città), che poi diventa automaticamente una distanza tra l’uomo e se stesso – tanto da portare il protagonista a morire senza mai cercare di reagire. Lo straniero – e, analogamente, il povero – è, insomma, la figura negativa per antonomasia, nell’immaginario urbano. Difficilmente viene considerato una risorsa e lo dimostrano episodi urbani non proprio felici, come le bidonville. Bisogna dire che in alcuni casi è stato fatto molto, a livello urbanistico e infrastrutturale, per colmare o almeno attenuare questo forte divario. Anversa, città presa come modello anche da Secchi, ha messo in atto importanti interventi che hanno riguardato gli spazi pubblici.

 

In altri casi, si è intervenuto sulla progettazione degli alloggi – come ad esempio è accaduto con i Grands Ensembles e il progetto Ina Casa – cercando di dare una risposta al problema su una scala che è quella individuale/familiare, ma non si è considerata la dimensione collettiva; perciò, contravvenendo ad ogni principio di una società democratica, gli spazi destinati a certe fasce sociali sono rimasti i soliti postacci di sempre.

Probabilmente, le distanze, in quanto frutto di un’umana e dunque inestinguibile diffidenza, esisteranno sempre; sarebbe utopistico sostenere il contrario. Tuttavia, quello che può portare la città ad essere un terreno un po’ più livellato è lavorare sulle infrastrutture, sui collegamenti e sull’accessibilità, in modo da ridurre, almeno a livello spaziale, quelle distanze che sembrano incolmabili.

 

 

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