Le città invisibili esistono

Ultimamente mi è capitata sott’occhio l’ennesima citazione tratta da Le città invisibili di Calvino e dunque eccomi qua, ad ammorbarvi con questo tema – contenti vero? C’ho riflettuto un po’ su e sono arrivata alla conclusione che non si tratta di un semplice racconto immaginifico, niente affatto, le città invisibili esistono davvero – non mi sono fatta un acido, se è questo che state pensando. Quello della percezione di una città, dell’empatia che questa provoca in noi e della ricerca del luogo con la vibrazione giusta è per me un tema molto sentito, quindi eccoci qua, io e la mia birra, a parlarne alle 10 di sera.

Nel capolavoro di Calvino – che purtroppo è diventato una specie di tormentone spesso utilizzato in modo improprio per via della prosa alata e sognante, perfetta per citazioni da piazzare all’inizio o alla fine di…qualcosa – ci troviamo a fare un viaggio coinvolgente e immaginifico attraverso le 55 città descritte da Marco Polo. L’aspetto interessante – lo so che non sto scoprendo l’acqua calda, tranquilli – è che tutte queste città riconducono in realtà ad una sola, ben definita e realmente esistente: Venezia. “Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, vi suona familiare? Ecco, la città sull’acqua è reale, dunque non può essere narrata, non è l’oggetto della fantasia, ma è qualcosa di concreto. Qualcosa che diventa la base di partenza per costruire tutto il resto, 55 diverse città ognuna con la sua peculiarità.

 

Questo gioco di tante sfumature di un luogo che si manifestano in altrettanti luoghi immaginari mi ha fatto pensare ad un gioco di specchi. Quello che avviene nella realtà, secondo questo film che mi sto facendo, è esattamente l’opposto: ci troviamo a viaggiare attraverso città diverse, ognuna con il suo carattere e tutte reali e concrete, e attraverso quello che sperimentiamo siamo portati a crearci un’idea di città modello, di quello che sarebbe il nostro luogo perfetto, magari facendo una sintesi di quello che abbiamo visto.

Questo luogo, tuttavia, non esiste, se non dentro di noi e questa ricerca è molto simile al viaggio di Henderson in Africa, in cerca di stesso, nel celebre romanzo Il re della pioggia, di Saul Bellow. Henderson, ricco americano di mezza età, fortemente amareggiato e messo alla prova dagli ultimi eventi che hanno caratterizzato la sua vita, parte per l’Africa, incontrando culture molto lontane dal mondo occidentale e mettendo in discussione tutto ciò che aveva conosciuto fino a quel momento.

Insomma, è come se per riscoprire se stessi fosse necessario immergersi in qualcosa che ci porti al di fuori da tutto, un luogo lontano e immaginario, in un certo senso. Al suo ritorno in America, Henderson si rende conto che, nonostante l’intensità della sua esperienza, l’amarezza e la sofferenza non l’hanno abbandonato e chiude la narrazione con questo pensiero “… forse il tempo è stato inventato per porre fine alla disperazione. Perché non duri in eterno. Forse è proprio così. E la felicità, il suo opposto, è forse eterna? Non c’è tempo nella felicità. In cielo hanno buttato via tutti gli orologi”. In definitiva, dunque, nella ricerca della felicità, o se preferite della pace interiore, del nostro angolo di serenità o di quello che vi pare, non è la città perfetta ad esistere, ma una serie di città imperfette.

Non si può non concludere con questa citazione, concedetemelo:

è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati” (Le città invisibili, Calvino – che ve lo dico a fare)

 

 

 

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